... vedere luoghi, incontrare persone... è questo che dà "mucho gusto" alla mia vita... viaggiare, muovermi con qualsiasi mezzo, ma anche stare, gustare la presenza, accogliere fatiche, desideri e speranze...

venerdì 9 dicembre 2011

... verso un nuovo viaggio...

Quante cose sono cambiate in questi mesi! Dopo il viaggio in Ecuador mi sono dedicata alla mia salute e agli esami universitari (finiti!) e alla ricerca di un lavoro. Non pensavo che avrei ricevuto diverse proposte, ormai ai primi di settembre avevo preso una decisione. Ma, ormai inaspettata, arriva la telefonata che cambia il futuro: un posto come educatrice di asilo nido, mestiere che, nonostante avessi partecipato al concorso, non avevo mai seriamente preso in considerazione.
Bella esperienza al nido: sintonia con le colleghe, soddisfazione con i bambini... meglio di così non mi poteva andare!
Ma... Un posto comunale mi avrebbe permesso di viaggiare? Mah!?!
Scherzando con un amico, ecco che si profila la proposta di un viaggio. Inizialmente dico di no: come chiedere giorni di permesso appena assunta? non me li daranno mai! Ma mia madre è una grande saggia, e mi ripete il dialettale detto "Boca sarà no ciapa mosche" e decido di tentare. Espongo il mio problema, e a sorpresa, è un SI'!!!!
Destinazione per gennaio: Cochabamba - Bolivia.
Il motivo: convegno dei missionari italiani dell'area andina (Colombia, Ecuador, Bolivia, Perù, Venezuela) organizzato dalla Fondazione Missio. Il mio compito è come al solito quello di segretaria/aiuto logistico in supporto nal convegno. Pronta a partire, con il mio pc in spalla, valigia per 10 giorni, permesso non retribuito accordato. Pronta ad ascoltare le esperienze del centinaio di missionari (laici, sacerdoti, religiose), che spesso hanno dedicato la loro vita alla causa. Pronta a conoscere un Paese abbarbicato sulle stesse montagne (pur a qualche km di distanza) dove ho lasciato un pezzo del mio cuore.
Pronta a continuare il mio personale puzzle della Patria Grande Latinoamericana, di quell'Abya Yala che continua ad unire milioni di persone...

lunedì 1 agosto 2011

Achupallas

Spesso in questi giorni mi fermo a pensare a quanto sono fortunata ad aver vissuto due anni interi qui in Ecuador, e ad aver conosciuto la gente di qui, semplice semplice.
Ho dedicato gli ultimi due giorni a Lidia e alla sua famiglia. Da quando me n’ero andata tre anni fa era rimasto in sospeso un viaggio particolare, alla scoperta delle radici della sua famiglia, in particolare di sua mamma, Rosa. Sabato è arrivato il momento e, grazie alla generosità di Katy che mi ha prestato la sua macchina dimostrando una grande fiducia in me, siamo potuti partire con destinazione Achupallas, provincia di Chimborazo, tra le montagne del centro del Paese, vicino alla vetta-vulcano più alta dell’Ecuador, il Chimborazo appunto, 6310 m s.l.m.
Camminando tra i campi di grano... o era orzo?

Non sto qui a raccontare tutte le preoccupazioni pre-partenza: la patente ecuadoriana scaduta, i poliziotti spesso corrotti oltre che ignoranti rispetto agli accordi internazionali sulle patenti, le tante ore di strada, almeno 7, le condizioni della strada, il comportamento imprevedibile dei miei compagni di viaggio, dove lasciare la macchina…
Insomma sabato 31 luglio ore 5.30 suona la sveglia, salgo in casa e mi preparo il caffè. Lidia mi ha invitato a casa sua a fare colazione, ma come rinunciare al buon caffè di moka, sapendo che poi devo guidare per buona parte della giornata? Alle 6 in punto arriva Katy a portarmi la macchina, una Yaris blu metallizzato (finora ho guidato di più la Yaris di Katy che la mia…), alle 6.15 sono al barrio Ecuador a prendere Lidia e Rosa, o meglio a fare colazione con tutta la famiglia: anatra (di casa, direttamente dal loro pollaio al mio piatto) al forno, maduro fritto (banane verdi mature), pane e caffelatte (in polvere) per cominciare bene la giornata… e mi pare di capire che con noi vengono anche Jhonny e Paúl, i fratellini minori di Lidia, di 10 e 8 anni. Per fortuna che Santos, il papà, alla fine decide di non venire, perché sennò come far capire che nella Yaris per un viaggio così lungo non si può andare in più di 5? Beh, meglio così, un problema di meno da risolvere. Partiamo alle 7.15 con una buona ora di ritardo sulla tabella di marcia, e ci attendono ancora due fermate in zona per recuperare alcune cose per il viaggio. Alla fine alle 7.40 siamo all’entrata di Carapungo pronti a prendere la Avenida Simón Bolívar che ci porterà verso sud. Nel bagagliaio oltre ai nostri zaini ci sono il riso e pollo per il pranzo, piatti, cucchiai e bicchieri per mangiare, delle coperte e delle lenzuola nuove.
Paul - Johnny - Alex e Lidia

Il viaggio verso sud procede tranquillo, la giornata non è delle migliori, ma così si vedono i vari vulcani innevati scoprirsi a poco a poco… Il Cotopaxi è un po’ timido, ma vediamo tranquilla mente il Pichincha, il Corazón, il Sincholagua, i due Illinizas, il Chimborazo, il Carihuairazo, e anche il Tungurahua con il suo pennacchio fumante. Ogni volta che percorro la Panamericana rimango stupita e commossa dalla magnificenza di queste montagne, dalla grandezza e maestosità dei paesaggi… mi sento piccola e insignificante e ringrazio Dio perché ha creato anche me oltre a questi giganti.
Attraversiamo alcune cittadine lungo la strada: Machachi, Latacunga, Salcedo, Ambato, Riobamba, finalmente alle 12.50 siamo ad Alausí, e da lì mancano solo 25 km ad Achupallas, quindi decidiamo di fermarci a mangiare qualcosa, e siccome non sappiamo con cosa ceneremo stasera, pranziamo in un ristorante lungo la Panamericana, arroz con camarones, riso e gamberi, buono… Ripartiamo e in mezz’ora arriviamo al pueblo, al villaggio di Achupallas. Rosa non era riuscita a mettersi in contatto con sua sorella Maria nei giorni precedenti, quindi non sapevamo se c’era posto per noi per dormire da qualche parte e non c’era nessuno che ci aspettava. Rosa è andata via dal villaggio quando aveva 5 anni, per andare a lavorare come domestica, e non si ricorda delle persone… Ho continuato ad aver fiducia nell’accoglienza della gente del campo… Abbiamo provato a dirigerci verso la casa dell’abuelito (il nonno) con la macchina, ma sullo sterrato la Yaris ci ha abbandonati e ho preferito parcheggiarla nel cortile dell’unica pensioncina del villaggio. Nel frattempo ha cominciato a piovere… siamo a circa 3300 metri e fa pure un po’ di freddo. Sabato era giorno di mercato e Rosa è stata fortunatamente riconosciuta dalla moglie di suo fratello, e siamo andati così a casa sua, sotto la pioggia e camminando con i nostri zaini su per il monte, “cortando camino” attraverso i campi coltivati e per i sentieri più impensati, i chaquiñanes della gente di qui.
Le lagune

A casa della cognata ci siamo sorbiti un’ora e mezza di telenovelas, seduti su uno dei due letti della casa (la signora ha 7 figli e tutta la famiglia dorme su quei due letti). A un certo punto ci hanno offerto una aguita de remedio e un pane… poi un piatto di habas (fave) bollite da dividere fra tutti. Questa è stata la nostra cena e devo dire che alla fine ero un po’ piena. La cosa che mi preoccupava era il freddo (eravamo bagnati e la casa non aiutava certo ad asciugarci) e se avremmo dormito lì. Il cane un po’ pulcioso faceva la pipì dentro in casa, oltre ad andare su e giù per il letto e per noi cinque certo non c’era posto per dormire se non per terra… non sarebbe stato piacevole… Ma finalmente qualcuno aveva avvisato Maria che sua sorella la stava cercando, e ha chiamato l’altra cognata per sapere se eravamo lì. Visto che ci ha trovati ci ha detto che in casa del nonno c’era posto per noi per dormire. Ormai però erano le 18.15, aveva smesso di piovere forte e presto sarebbe stato scuro… comunque abbiamo preso le nostre cose e abbiamo seguito la cognata fino alla casa del nonno, arrampicandoci su per una montagna fangosa ed estremamente scivolosa. Per fortuna che la notte stava calando e così non vedevo né dove mettevo i piedi, né se c’erano dirupi (le mie vertigini sono state messe a dura prova). Dopo una mezz’oretta di cammino eccoci alla casa dell’abuelito… entriamo in cucina (una cucina tradizionale, con la tulpa, ovvero il focolare acceso all’interno) e c’era un po’ di caldo, anche se un po’ affumicato. Il nonno stava cenando, uomo di poche parole, e ha condiviso con noi la sua cena (io non ho mangiato perché le fave mi avevano davvero saziata). C’era anche Alex, 7 anni,  figlio avuto da Maria, frutto di una violenza, che ora vive con il nonno. Poi siamo andati nella stanza, in cui c’erano due letti, uno matrimoniale e uno da una piazza e mezza. Io ero la prescelta, l’ospite che doveva dormire da sola nel letto più comodo, quello da una piazza e mezza. La mia “comadre”, Rosa, aveva portato per me delle lenzuola nuove e anche una coperta. Questi piccoli dettagli per l’ospite, non sapendo dove avremmo dormito, mi hanno un po’ commossa: per loro non è cosa da tutti i giorni avere uno straniero come ospite, e bisogna offrire sempre il meglio di ciò che è possibile… In ogni caso mi sono offerta di condividere il letto con Lidia, non è stata propriamente una notte comoda, ma simpatica sì… abbiamo avuto l’occasione di chiacchierare un po’. Faceva un po’ freddo e ho dormito con il pile addosso. Altra cosa: a casa del nonno non c’è il bagno… e la natura accoglie anche ciò che noi eliminiamo. Ha la sua poesia andare alla ricerca di un “bagno naturale” nella più completa oscurità, osservando lontane le luci del pueblo, con come unica illuminazione le luci delle lucciole che svolazzavano tranquille nell’immensità della notte.
La sveglia era prevista molto presto per domenica, ma non avrei mai pensato che la radio del nonno cominciasse a parlare ad alto volume alle 4.08… con la voce di un predicatore che cercava di convincere la gente ad andare alla sua chiesa, poi invece un tipo che dava consigli agli agricoltori della zona… alle 5.30 ci siamo alzati tutti… Rosa era già andata in cucina a scaldare un po’ d’acqua perché potessimo lavarci il viso senza congelare. Dopo esserci rivestiti abbiamo preso un’aguita per scaldare lo stomaco: ci attendeva un a bella camminata su per la montagna, mentre il nonno e Rosa raccoglievano le fave e l’orzo. Siamo arrivati in alto, credo intorno ai 3800-4000 m s.l.m., in mezzo alla paja, tipica pianta del páramo. Dalla cima del monte si vedevano il Chimborazo, il Carihuairazo e il Cotopaxi, o meglio, i loro ghiacciai, e le varie zone coltivate, le mucche al pascolo, le piccole greggi di pecore, le persone che a cavallo andavano a controllare le bestie al pascolo. Un po’ mi sono sentita come Heidi che arrivava per la prima volta a casa del vecchio dell’Alpe… A bocca aperta davanti alle meraviglie e alle storie della gente del posto. 
Sulla cima della montagna, con dietro il Chimborazo in lontananza

I bambini, Jhonny, Paúl e Alex, sono andati alla ricerca delle tane dei conigli, mentre Lidia ed io ci godevamo il paesaggio delle nuvole che si dissolvevano all’aumentare della forza del sole, che cresceva e cresceva (fino a bruciarmi la faccia). 
Alla fine del raccolto siamo andati a vedere delle lagune, poi siamo tornati a casa… Abbiamo dovuto aspettare che il nonno e Alex si cambiassero: dovevamo andare a far colazione da Maria e a messa, perché suo marito Juan faceva la Cresima. Peccato che siamo arrivati tardi, quindi abbiamo comprato del pane per fare colazione, abbiamo lasciato in macchina tutte le nostre cose (compreso un sacco di fave e un altro di orzo) e siamo andati a messa. Tutti i cresimandi (tutti adulti) erano vestiti uguali: gli uomini con camicia bianca e pantaloni scuri e le donne con la gonna tipica blu e camicia ricamata bianca. Dopo messa Maria voleva che ci fermassimo a mangiare da loro per festeggiare, ma ho insistito perché partissimo al più presto: avevo il terrore di dover guidare di notte per strade sconosciute e con le altre auto sempre con gli abbaglianti. Panico! Siamo partiti da Achupallas alle 12.40, e arrivati a casa un po’ tardi, oltre le 20, a causa del traffico e della pausa pranzo, così mi è toccato guidare per un’ora e mezza con l’oscurità della notte.
Rosa, Lidia e i bambini sono stati proprio contenti di questa gita… hanno condiviso con me una parte della loro storia, e non è una cosa da poco. Per me è stata un’esperienza diversa da tutte quelle che avevo vissuto qui in Ecuador. Il campo è proprio un altro mondo, diverso eppure allo stesso tempo affascinante, colorato di tutte le sfumature del verde dell’erba, ma anche di tutti i colori sgargianti degli abiti tipici… Sono davvero una privilegiata, perché ho potuto toccare da vicino questo mondo alla Metà del Mondo.

martedì 26 luglio 2011

Di nuovo in Ecuador


Tornare in Ecuador, dopo tre anni dal mio rientro definitivo… cosa significa per me? Sono abituata a viaggiare da sola, anche per viaggi più lunghi, ma non è certo il viaggio in sé che mi fa problema. Prima della partenza ero davvero molto emozionata, ma finalmente il primo luglio è arrivato e sono partita. Tornare in Ecuador significa rivivere alcune esperienze che hanno caratterizzato la mia permanenza nel paese andino; la più importante e fondamentale è stata certamente la “fraternità missionaria”, ovvero il vivere insieme agli altri missionari: ho condiviso questi giorni con don Nicola, don Mauro e Lorenza, attuale equipe missionaria della parrocchia Maria Estrella de la Evangelización, e con padre Nelson, giovane della parrocchia ordinato sacerdote il 16 giugno, in attesa della sua prossima destinazione pastorale. La condivisione è fatta di cose davvero semplici: la preghiera, i pasti, le differenti attività della parrocchia, tra le quali in questo periodo spicca il Campamento Vacacional, ovvero il Grest, che ha visto protagonisti il Piccolo Principe insieme a 350 ragazzi tra i 3 e i 14 anni e una cinquantina di animatori.
Stare qui significa anche incontrare le persone: catechisti, animatori, agenti di pastorale, gente semplice che si avvicina a salutarmi, a ricordare i tempi passati, a raccontarmi le novità. In alcuni casi le novità non sono propriamente belle notizie, e com’è difficile alle volte mettersi sulla lunghezza d’onda giusta per accogliere la notizia della morte di un giovane o di una mamma!!! Alle volte l’unica cosa sensata da fare è offrire un abbraccio, o una spalla su cui piangere…
Certi incontri invece sono un po’ strani e ti fanno capire come vola il tempo: ragazzine che conoscevo ai tempi del CAE (doposcuola) ormai sono davvero delle signorine, come anche i bambini: che fatica riconoscere qualcuno, che in tre anni è cresciuto, maturato! Anche i ragazzi che ho accompagnato alla Cresima ormai sono grandi, alcuni di loro fanno gli animatori, altri i catechisti, altri ancora, come spesso succede anche da noi, dopo la cresima sono semplicemente scomparsi.
Ma qui in Ecuador quest’anno io sono fondamentalmente in vacanza! E allora come non approfittare di ogni occasione per conoscere ancora più a fondo questo Paese così vario… Ho accompagnato Sara (nata in Ecuador, figlia di Alessandro Pizzati e Marta Michelotto, primi missionari laici inviati dalla diocesi di Padova a Quito) e la sua amica Irene alla scoperta della capitale, poi con loro sono stata, insieme a Bepi Tonello (trevigiano da quarant’anni in questo Paese a servizio dei più poveri) e a sua moglie Teresa, a Salinas de Guaranda, un piccolo paradiso a 3500 metri di altitudine, alle pendici del vulcano Chimborazo, paesino da dove provengono molti dei prodotti del commercio equo e solidale distribuiti in Italia, dove negli anni si sono diffuse delle aziende a matrice comunitaria, in vista dello sviluppo della popolazione locale. Abbiamo sbancato il negozio dei maglioni di lana, soprattutto di alpaca (fatti a mano, dopo che la lana è stata filata con le macchine dismesse della Lanerossi di Schio), comprato quantità industriali di cioccolata e di formaggi…
Siamo state anche a Tulcán, città che si trova vicinissima alla frontiera con la Colombia… con don Mauro, responsabile dei missionari padovani in Ecuador, abbiamo assistito, in qualità di delegazione padovana, alla riconsegna ufficiale del seminario alla diocesi di Tulcán, dopo che la gestione era stata affidata ai sacerdoti padovani 37 anni fa. Con questa cerimonia, presieduta dall’attuale vescovo, si sono conclusi anche l’impegno di invio di personale missionario in quelle zone da parte della nostra diocesi e la presenza di don Giuseppe Alberti nello stesso seminario e in altri impegni diocesani. E’ stato davvero significativo per me sentire il grande grazie da parte dei preti di Tulcán e della gente per un impegno così importante come la formazione dei sacerdoti, ma anche per l’accompagnamento spirituale di zone dove fino a pochi anni fa era difficilissimo arrivare…
Con padre Nelson e Katy (mia collega catechista negli anni della mia permanenza) sono andata a visitare un paesino sub-tropicale in mezzo alle montagne… le case ancora quasi completamente costruite in legno, le mucche libere di circolare (e che emozione nel mungere una mucca!) e il cavallo ancora come principale mezzo di trasporto… un tuffo nel passato, mancava solo lo sceriffo e sarei potuta essere nel Far West! In questo modo ho potuto ancora apprezzare l’abbondante biodiversità di questo Paese che mi ha “adottata”… passeggiando tra una pianta di motilón e un piccolo boschetto di arrayanes, tra una coltivazione di tomate de árbol e la fioritura della naranjilla o di alcune orchidee.

Stare in Ecuador significa anche fare un salto nelle strutture di ASA, l’ONG locale in cui ho lavorato, cercando di mettermi al passo con le novità che richiede il governo, cercando di capire quali sono le difficoltà che le persone incontrano nel lavoro bello, ma allo stesso tempo molto impegnativo, di dare un buon servizio di educazione, di accoglienza e di appoggio familiare alla persone di questa sempre più popolata periferia nord della città di Quito. Conto di riuscire a vedere qualche Centro Infantile, ma soprattutto di ascoltare il nuovo direttore di ASA nelle sue richieste e nelle letture della situazione sociale di questo Paese affascinante.
Uno dei primi giorni di questa mia vacanza ho incontrato Jesús, uno degli educatori del progetto di appoggio familiare. Mi ha fatto festa quando mi ha vista perché sa che dalla mia parrocchia, e in particolare dal gruppo Sostegno a Distanza, è arrivato nel 2008 un cospicuo aiuto economico per la nascita di suo figlio Jeremy (la moglie Tania aveva avuto due gravidanze che non erano andate a buon fine, a causa della cattiva qualità degli ospedali pubblici… con l’aiuto del Sostegno a Distanza e di altre persone Tania si è fatta seguire da una brava ginecologa ed è andata a partorire in una buona clinica, a pagamento). L’altra buona notizia è … che da qualche mese Jeremy ha un fratellino! Chiedono di ringraziare chi ha reso possibile la realizzazione del loro sogno di famiglia… GRAZIE!!!

In questi giorni assolvo anche il mio compito di madrina, passando del tempo con Dana, 3 anni, e Lidia, 18… non è così facile farlo da lontano, ma sono proprio felice di poter condividere la mia fede anche con loro e le loro famiglie… Mi sento accolta e amata da questa gente, anche se sono qui solo in vacanza. Quando parto penso di venire a riprendermi quel pezzetto di cuore che ho lasciato quando me ne sono andata… invece mi accorgo che ogni volta nel lascio un altro pezzo!
Ma sono convinta che un cuore “condiviso” ama di più, e allora sono contenta di lasciarlo in giro per il mondo!

sabato 23 aprile 2011

Pasqua e pietre...

Non so se riuscirò mai a scrivere abbastanza del viaggio in Israele e Palestina. Finora non ci sono riuscita... ma lo desidero fortemente, perché andare verso le proprie radici aiuta a ritrovare le energie per "fiorire" e per "dare frutto".

Vorrei che potessimo liberarci dai macigni che ci opprimono, ogni giorno: Pasqua è la festa dei macigni rotolati.
La mattina di Pasqua le donne, giunte nell'orto, videro il macigno rimosso dal sepolcro.
Ognuno di noi ha il suo macigno. Una pietra enorme messa all'imboccatura dell'anima che non lascia filtrare l'ossigeno.
E' il macigno della solitudine, della miseria, della malattia, dell'odio, della disperazione del peccato.
Pasqua allora, sia per tutti il rotolare del macigno, la fine degli incubi, l'inizio della luce, la primavera di rapporti nuovi e se ognuno di noi, uscito dal suo sepolcro, si adopererà per rimuovere il macigno del sepolcro accanto, si ripeterà finalmente il miracolo che contrassegnò la resurrezione di Cristo.

Don Tonino Bello, vescovo

Ho riportato questa frase di don Tonino Bello, un uomo straordinario, perché credo che la Pasqua sia proprio la festa che ci permette di liberare il nostro cuore... di togliere quei pesanti macigni che abbiamo messo (spesso inconsapevolmente) davanti all'imboccatura della nostra anima. Gesù è risorto per questo, per noi, per darci quella pace vera che può venire solo da lui.
Allora l'augurio è per tutti: lascia che Qualcuno rotoli via la tua pietra! Lascia che la Luce entri nella tua anima, lasciati amare!
Buona Pasqua di Resurrezione...

Tomba del I secolo
 

Incontro di Gesù con Pietro dopo la Resurrezione
(sulle rive del Mar di Galilea)

Terra Santa

E' difficile raccontare quanto si riempia il cuore a vedere certi posti. Metto qualche foto, perchè è più semplice... In alcuni luoghi si rimane senza fiato a causa della bellezza, o dell'orrore provocato. In altri avrei parlato, in molti posti mi sarei fermata.
Per esempio questa è la vista che ci ha accolti, il tramonto sul Mediterraneo a Giaffa, dove c'è la chiesa di San Pietro... Niente male, direi!
Ah, dimenticavo un particolare... Non sono andata in giro per il mondo da sola questa volta, ma con un gruppetto, di cui alcune persone le conosco da tempo, mentre altre sono diventate amiche durante il viaggio. La prima sorpresa all'aeroporto di Tel Aviv è stata che le nostre valigie non sono arrivate (sono arrivate dopo ben 3 giorni!), poi abbiamo ritirato le auto a noleggio, e prima di dirigerci verso Nazareth ci siamo fermati a Giaffa, che è appena fuori la città di Tel Aviv...
 
Eccoci: da sinistra nella riga sotto siamo io, Cinzia, don Andrea (la nostra guida: è un biblista), Lara, don Silvano, don Giuseppe. Dietro di noi ci sono Marco e Petra. Se vedete le foto dei due giorni precedenti siamo sempre vestiti uguali, chissà perché. Lara, don Silvano e io lavoriamo insieme, Cinzia è sorella di don Si, don Andrea e don Giuseppe sono suoi amici. Marco e Petra sono dei giovani sposini amici di don Giuseppe. Pur non conoscendoci bene prima di partire, siamo stati una bella compagnia... gente alla mano, gruppetto piccolo con tutti i vantaggi di viaggiare in pochi, cercando di scoprirsi l'un l'altro a poco a poco. Mi è piaciuto molto percorrere la Terra di Gesù con questa gente bella anche dentro.

sabato 5 marzo 2011

Radici...




Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:
"Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per causa della giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi.
(Matteo 5, 1-12)

L'immagine che ho messo sopra è la visuale che si ha dal Monte delle Beatitudini sul Lago di Galilea, un luogo che mi ha affascinato... Ho pensato subito, senza fiato dall'emozione, che Gesù aveva davanti a sé questo spettacolo quando ha pronunciato queste parole.
Sono passati due mesi dal mio rientro dal viaggio in Israele, e ancora certe immagini sono vive, reali nella memoria, nel cuore. Le immagini di luoghi collegati a brani del Vangelo che sono ben impressi nella mia mente... Magari Lui non è passato proprio su quella pietra che la tradizione e gli archeologi indicano, ma a due passi da lì. Ha respirato quell'aria, calpestato quel suolo, solcato quel mare su una barca di pescatori. Ci sono cose che mi hanno colpita di più, e più di una di queste centrano gran poco con la mia fede: l'essere diffidenti degli impiegati della compagnia aerea israeliana, con perquisizioni, interviste separate e quant'altro. I posti di blocco all'interno di Gerusalemme, con i metal detector, il muro di separazione tra Gerusalemme e Betlemme. I souk arabi, con i negozi di spezie. Il Mar Morto, con le sue acque salate. La pioggia nel deserto. Le luci di Gerico viste dal deserto di Giuda, in lontananza, all'imbrunire. Giaffa al tramonto. La differenza di pulizia tra i diversi quartieri di Gerusalemme. I "presepi", i villaggi della Galilea. Le alture del Golan viste da Cafarnao, con gli echi della guerra nella mia memoria. La quantità enorme di pellegrini.