... vedere luoghi, incontrare persone... è questo che dà "mucho gusto" alla mia vita... viaggiare, muovermi con qualsiasi mezzo, ma anche stare, gustare la presenza, accogliere fatiche, desideri e speranze...

lunedì 1 agosto 2011

Achupallas

Spesso in questi giorni mi fermo a pensare a quanto sono fortunata ad aver vissuto due anni interi qui in Ecuador, e ad aver conosciuto la gente di qui, semplice semplice.
Ho dedicato gli ultimi due giorni a Lidia e alla sua famiglia. Da quando me n’ero andata tre anni fa era rimasto in sospeso un viaggio particolare, alla scoperta delle radici della sua famiglia, in particolare di sua mamma, Rosa. Sabato è arrivato il momento e, grazie alla generosità di Katy che mi ha prestato la sua macchina dimostrando una grande fiducia in me, siamo potuti partire con destinazione Achupallas, provincia di Chimborazo, tra le montagne del centro del Paese, vicino alla vetta-vulcano più alta dell’Ecuador, il Chimborazo appunto, 6310 m s.l.m.
Camminando tra i campi di grano... o era orzo?

Non sto qui a raccontare tutte le preoccupazioni pre-partenza: la patente ecuadoriana scaduta, i poliziotti spesso corrotti oltre che ignoranti rispetto agli accordi internazionali sulle patenti, le tante ore di strada, almeno 7, le condizioni della strada, il comportamento imprevedibile dei miei compagni di viaggio, dove lasciare la macchina…
Insomma sabato 31 luglio ore 5.30 suona la sveglia, salgo in casa e mi preparo il caffè. Lidia mi ha invitato a casa sua a fare colazione, ma come rinunciare al buon caffè di moka, sapendo che poi devo guidare per buona parte della giornata? Alle 6 in punto arriva Katy a portarmi la macchina, una Yaris blu metallizzato (finora ho guidato di più la Yaris di Katy che la mia…), alle 6.15 sono al barrio Ecuador a prendere Lidia e Rosa, o meglio a fare colazione con tutta la famiglia: anatra (di casa, direttamente dal loro pollaio al mio piatto) al forno, maduro fritto (banane verdi mature), pane e caffelatte (in polvere) per cominciare bene la giornata… e mi pare di capire che con noi vengono anche Jhonny e Paúl, i fratellini minori di Lidia, di 10 e 8 anni. Per fortuna che Santos, il papà, alla fine decide di non venire, perché sennò come far capire che nella Yaris per un viaggio così lungo non si può andare in più di 5? Beh, meglio così, un problema di meno da risolvere. Partiamo alle 7.15 con una buona ora di ritardo sulla tabella di marcia, e ci attendono ancora due fermate in zona per recuperare alcune cose per il viaggio. Alla fine alle 7.40 siamo all’entrata di Carapungo pronti a prendere la Avenida Simón Bolívar che ci porterà verso sud. Nel bagagliaio oltre ai nostri zaini ci sono il riso e pollo per il pranzo, piatti, cucchiai e bicchieri per mangiare, delle coperte e delle lenzuola nuove.
Paul - Johnny - Alex e Lidia

Il viaggio verso sud procede tranquillo, la giornata non è delle migliori, ma così si vedono i vari vulcani innevati scoprirsi a poco a poco… Il Cotopaxi è un po’ timido, ma vediamo tranquilla mente il Pichincha, il Corazón, il Sincholagua, i due Illinizas, il Chimborazo, il Carihuairazo, e anche il Tungurahua con il suo pennacchio fumante. Ogni volta che percorro la Panamericana rimango stupita e commossa dalla magnificenza di queste montagne, dalla grandezza e maestosità dei paesaggi… mi sento piccola e insignificante e ringrazio Dio perché ha creato anche me oltre a questi giganti.
Attraversiamo alcune cittadine lungo la strada: Machachi, Latacunga, Salcedo, Ambato, Riobamba, finalmente alle 12.50 siamo ad Alausí, e da lì mancano solo 25 km ad Achupallas, quindi decidiamo di fermarci a mangiare qualcosa, e siccome non sappiamo con cosa ceneremo stasera, pranziamo in un ristorante lungo la Panamericana, arroz con camarones, riso e gamberi, buono… Ripartiamo e in mezz’ora arriviamo al pueblo, al villaggio di Achupallas. Rosa non era riuscita a mettersi in contatto con sua sorella Maria nei giorni precedenti, quindi non sapevamo se c’era posto per noi per dormire da qualche parte e non c’era nessuno che ci aspettava. Rosa è andata via dal villaggio quando aveva 5 anni, per andare a lavorare come domestica, e non si ricorda delle persone… Ho continuato ad aver fiducia nell’accoglienza della gente del campo… Abbiamo provato a dirigerci verso la casa dell’abuelito (il nonno) con la macchina, ma sullo sterrato la Yaris ci ha abbandonati e ho preferito parcheggiarla nel cortile dell’unica pensioncina del villaggio. Nel frattempo ha cominciato a piovere… siamo a circa 3300 metri e fa pure un po’ di freddo. Sabato era giorno di mercato e Rosa è stata fortunatamente riconosciuta dalla moglie di suo fratello, e siamo andati così a casa sua, sotto la pioggia e camminando con i nostri zaini su per il monte, “cortando camino” attraverso i campi coltivati e per i sentieri più impensati, i chaquiñanes della gente di qui.
Le lagune

A casa della cognata ci siamo sorbiti un’ora e mezza di telenovelas, seduti su uno dei due letti della casa (la signora ha 7 figli e tutta la famiglia dorme su quei due letti). A un certo punto ci hanno offerto una aguita de remedio e un pane… poi un piatto di habas (fave) bollite da dividere fra tutti. Questa è stata la nostra cena e devo dire che alla fine ero un po’ piena. La cosa che mi preoccupava era il freddo (eravamo bagnati e la casa non aiutava certo ad asciugarci) e se avremmo dormito lì. Il cane un po’ pulcioso faceva la pipì dentro in casa, oltre ad andare su e giù per il letto e per noi cinque certo non c’era posto per dormire se non per terra… non sarebbe stato piacevole… Ma finalmente qualcuno aveva avvisato Maria che sua sorella la stava cercando, e ha chiamato l’altra cognata per sapere se eravamo lì. Visto che ci ha trovati ci ha detto che in casa del nonno c’era posto per noi per dormire. Ormai però erano le 18.15, aveva smesso di piovere forte e presto sarebbe stato scuro… comunque abbiamo preso le nostre cose e abbiamo seguito la cognata fino alla casa del nonno, arrampicandoci su per una montagna fangosa ed estremamente scivolosa. Per fortuna che la notte stava calando e così non vedevo né dove mettevo i piedi, né se c’erano dirupi (le mie vertigini sono state messe a dura prova). Dopo una mezz’oretta di cammino eccoci alla casa dell’abuelito… entriamo in cucina (una cucina tradizionale, con la tulpa, ovvero il focolare acceso all’interno) e c’era un po’ di caldo, anche se un po’ affumicato. Il nonno stava cenando, uomo di poche parole, e ha condiviso con noi la sua cena (io non ho mangiato perché le fave mi avevano davvero saziata). C’era anche Alex, 7 anni,  figlio avuto da Maria, frutto di una violenza, che ora vive con il nonno. Poi siamo andati nella stanza, in cui c’erano due letti, uno matrimoniale e uno da una piazza e mezza. Io ero la prescelta, l’ospite che doveva dormire da sola nel letto più comodo, quello da una piazza e mezza. La mia “comadre”, Rosa, aveva portato per me delle lenzuola nuove e anche una coperta. Questi piccoli dettagli per l’ospite, non sapendo dove avremmo dormito, mi hanno un po’ commossa: per loro non è cosa da tutti i giorni avere uno straniero come ospite, e bisogna offrire sempre il meglio di ciò che è possibile… In ogni caso mi sono offerta di condividere il letto con Lidia, non è stata propriamente una notte comoda, ma simpatica sì… abbiamo avuto l’occasione di chiacchierare un po’. Faceva un po’ freddo e ho dormito con il pile addosso. Altra cosa: a casa del nonno non c’è il bagno… e la natura accoglie anche ciò che noi eliminiamo. Ha la sua poesia andare alla ricerca di un “bagno naturale” nella più completa oscurità, osservando lontane le luci del pueblo, con come unica illuminazione le luci delle lucciole che svolazzavano tranquille nell’immensità della notte.
La sveglia era prevista molto presto per domenica, ma non avrei mai pensato che la radio del nonno cominciasse a parlare ad alto volume alle 4.08… con la voce di un predicatore che cercava di convincere la gente ad andare alla sua chiesa, poi invece un tipo che dava consigli agli agricoltori della zona… alle 5.30 ci siamo alzati tutti… Rosa era già andata in cucina a scaldare un po’ d’acqua perché potessimo lavarci il viso senza congelare. Dopo esserci rivestiti abbiamo preso un’aguita per scaldare lo stomaco: ci attendeva un a bella camminata su per la montagna, mentre il nonno e Rosa raccoglievano le fave e l’orzo. Siamo arrivati in alto, credo intorno ai 3800-4000 m s.l.m., in mezzo alla paja, tipica pianta del páramo. Dalla cima del monte si vedevano il Chimborazo, il Carihuairazo e il Cotopaxi, o meglio, i loro ghiacciai, e le varie zone coltivate, le mucche al pascolo, le piccole greggi di pecore, le persone che a cavallo andavano a controllare le bestie al pascolo. Un po’ mi sono sentita come Heidi che arrivava per la prima volta a casa del vecchio dell’Alpe… A bocca aperta davanti alle meraviglie e alle storie della gente del posto. 
Sulla cima della montagna, con dietro il Chimborazo in lontananza

I bambini, Jhonny, Paúl e Alex, sono andati alla ricerca delle tane dei conigli, mentre Lidia ed io ci godevamo il paesaggio delle nuvole che si dissolvevano all’aumentare della forza del sole, che cresceva e cresceva (fino a bruciarmi la faccia). 
Alla fine del raccolto siamo andati a vedere delle lagune, poi siamo tornati a casa… Abbiamo dovuto aspettare che il nonno e Alex si cambiassero: dovevamo andare a far colazione da Maria e a messa, perché suo marito Juan faceva la Cresima. Peccato che siamo arrivati tardi, quindi abbiamo comprato del pane per fare colazione, abbiamo lasciato in macchina tutte le nostre cose (compreso un sacco di fave e un altro di orzo) e siamo andati a messa. Tutti i cresimandi (tutti adulti) erano vestiti uguali: gli uomini con camicia bianca e pantaloni scuri e le donne con la gonna tipica blu e camicia ricamata bianca. Dopo messa Maria voleva che ci fermassimo a mangiare da loro per festeggiare, ma ho insistito perché partissimo al più presto: avevo il terrore di dover guidare di notte per strade sconosciute e con le altre auto sempre con gli abbaglianti. Panico! Siamo partiti da Achupallas alle 12.40, e arrivati a casa un po’ tardi, oltre le 20, a causa del traffico e della pausa pranzo, così mi è toccato guidare per un’ora e mezza con l’oscurità della notte.
Rosa, Lidia e i bambini sono stati proprio contenti di questa gita… hanno condiviso con me una parte della loro storia, e non è una cosa da poco. Per me è stata un’esperienza diversa da tutte quelle che avevo vissuto qui in Ecuador. Il campo è proprio un altro mondo, diverso eppure allo stesso tempo affascinante, colorato di tutte le sfumature del verde dell’erba, ma anche di tutti i colori sgargianti degli abiti tipici… Sono davvero una privilegiata, perché ho potuto toccare da vicino questo mondo alla Metà del Mondo.