Tornare in Ecuador, dopo tre anni dal mio rientro definitivo… cosa significa per me? Sono abituata a viaggiare da sola, anche per viaggi più lunghi, ma non è certo il viaggio in sé che mi fa problema. Prima della partenza ero davvero molto emozionata, ma finalmente il primo luglio è arrivato e sono partita. Tornare in Ecuador significa rivivere alcune esperienze che hanno caratterizzato la mia permanenza nel paese andino; la più importante e fondamentale è stata certamente la “fraternità missionaria”, ovvero il vivere insieme agli altri missionari: ho condiviso questi giorni con don Nicola, don Mauro e Lorenza, attuale equipe missionaria della parrocchia Maria Estrella de la Evangelización, e con padre Nelson, giovane della parrocchia ordinato sacerdote il 16 giugno, in attesa della sua prossima destinazione pastorale. La condivisione è fatta di cose davvero semplici: la preghiera, i pasti, le differenti attività della parrocchia, tra le quali in questo periodo spicca il Campamento Vacacional, ovvero il Grest, che ha visto protagonisti il Piccolo Principe insieme a 350 ragazzi tra i 3 e i 14 anni e una cinquantina di animatori.
Stare qui significa anche incontrare le persone: catechisti, animatori, agenti di pastorale, gente semplice che si avvicina a salutarmi, a ricordare i tempi passati, a raccontarmi le novità. In alcuni casi le novità non sono propriamente belle notizie, e com’è difficile alle volte mettersi sulla lunghezza d’onda giusta per accogliere la notizia della morte di un giovane o di una mamma!!! Alle volte l’unica cosa sensata da fare è offrire un abbraccio, o una spalla su cui piangere…
Certi incontri invece sono un po’ strani e ti fanno capire come vola il tempo: ragazzine che conoscevo ai tempi del CAE (doposcuola) ormai sono davvero delle signorine, come anche i bambini: che fatica riconoscere qualcuno, che in tre anni è cresciuto, maturato! Anche i ragazzi che ho accompagnato alla Cresima ormai sono grandi, alcuni di loro fanno gli animatori, altri i catechisti, altri ancora, come spesso succede anche da noi, dopo la cresima sono semplicemente scomparsi.
Ma qui in Ecuador quest’anno io sono fondamentalmente in vacanza! E allora come non approfittare di ogni occasione per conoscere ancora più a fondo questo Paese così vario… Ho accompagnato Sara (nata in Ecuador, figlia di Alessandro Pizzati e Marta Michelotto, primi missionari laici inviati dalla diocesi di Padova a Quito) e la sua amica Irene alla scoperta della capitale, poi con loro sono stata, insieme a Bepi Tonello (trevigiano da quarant’anni in questo Paese a servizio dei più poveri) e a sua moglie Teresa, a Salinas de Guaranda, un piccolo paradiso a 3500 metri di altitudine, alle pendici del vulcano Chimborazo, paesino da dove provengono molti dei prodotti del commercio equo e solidale distribuiti in Italia, dove negli anni si sono diffuse delle aziende a matrice comunitaria, in vista dello sviluppo della popolazione locale. Abbiamo sbancato il negozio dei maglioni di lana, soprattutto di alpaca (fatti a mano, dopo che la lana è stata filata con le macchine dismesse della Lanerossi di Schio), comprato quantità industriali di cioccolata e di formaggi…
Siamo state anche a Tulcán, città che si trova vicinissima alla frontiera con la Colombia… con don Mauro, responsabile dei missionari padovani in Ecuador, abbiamo assistito, in qualità di delegazione padovana, alla riconsegna ufficiale del seminario alla diocesi di Tulcán, dopo che la gestione era stata affidata ai sacerdoti padovani 37 anni fa. Con questa cerimonia, presieduta dall’attuale vescovo, si sono conclusi anche l’impegno di invio di personale missionario in quelle zone da parte della nostra diocesi e la presenza di don Giuseppe Alberti nello stesso seminario e in altri impegni diocesani. E’ stato davvero significativo per me sentire il grande grazie da parte dei preti di Tulcán e della gente per un impegno così importante come la formazione dei sacerdoti, ma anche per l’accompagnamento spirituale di zone dove fino a pochi anni fa era difficilissimo arrivare…
Con padre Nelson e Katy (mia collega catechista negli anni della mia permanenza) sono andata a visitare un paesino sub-tropicale in mezzo alle montagne… le case ancora quasi completamente costruite in legno, le mucche libere di circolare (e che emozione nel mungere una mucca!) e il cavallo ancora come principale mezzo di trasporto… un tuffo nel passato, mancava solo lo sceriffo e sarei potuta essere nel Far West! In questo modo ho potuto ancora apprezzare l’abbondante biodiversità di questo Paese che mi ha “adottata”… passeggiando tra una pianta di motilón e un piccolo boschetto di arrayanes, tra una coltivazione di tomate de árbol e la fioritura della naranjilla o di alcune orchidee.
Stare in Ecuador significa anche fare un salto nelle strutture di ASA, l’ONG locale in cui ho lavorato, cercando di mettermi al passo con le novità che richiede il governo, cercando di capire quali sono le difficoltà che le persone incontrano nel lavoro bello, ma allo stesso tempo molto impegnativo, di dare un buon servizio di educazione, di accoglienza e di appoggio familiare alla persone di questa sempre più popolata periferia nord della città di Quito. Conto di riuscire a vedere qualche Centro Infantile, ma soprattutto di ascoltare il nuovo direttore di ASA nelle sue richieste e nelle letture della situazione sociale di questo Paese affascinante.
Uno dei primi giorni di questa mia vacanza ho incontrato Jesús, uno degli educatori del progetto di appoggio familiare. Mi ha fatto festa quando mi ha vista perché sa che dalla mia parrocchia, e in particolare dal gruppo Sostegno a Distanza, è arrivato nel 2008 un cospicuo aiuto economico per la nascita di suo figlio Jeremy (la moglie Tania aveva avuto due gravidanze che non erano andate a buon fine, a causa della cattiva qualità degli ospedali pubblici… con l’aiuto del Sostegno a Distanza e di altre persone Tania si è fatta seguire da una brava ginecologa ed è andata a partorire in una buona clinica, a pagamento). L’altra buona notizia è … che da qualche mese Jeremy ha un fratellino! Chiedono di ringraziare chi ha reso possibile la realizzazione del loro sogno di famiglia… GRAZIE!!!
In questi giorni assolvo anche il mio compito di madrina, passando del tempo con Dana, 3 anni, e Lidia, 18… non è così facile farlo da lontano, ma sono proprio felice di poter condividere la mia fede anche con loro e le loro famiglie… Mi sento accolta e amata da questa gente, anche se sono qui solo in vacanza. Quando parto penso di venire a riprendermi quel pezzetto di cuore che ho lasciato quando me ne sono andata… invece mi accorgo che ogni volta nel lascio un altro pezzo!
Ma sono convinta che un cuore “condiviso” ama di più, e allora sono contenta di lasciarlo in giro per il mondo!

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